La Felicità

Vivere nella nostra società vuol dire aver radicata in noi l’idea del dovere e del sacrificio. Ci viene insegnato a desiderare poco e che la volontà richiede  sforzo e forza. È abbastanza evidente come questo “castrante” modo di pensare non porti da nessuna parte se non ad una vita vissuta all’insegna della rassegnazione e dell’accontentarsi.

E’ dimostrato da illustri neuroscienziati e studiosi della psiche che a rendere felice l’uomo è invece ben altro. Qualcuno la chiama autorealizzazione, altri ricerca e scoperta di sè. E’ la tensione verso l’ignoto, che ama il progetto e la passione. E soprattutto non si accontenta. Il primo passo per “tendere verso” è accorgerci che ci manca qualcosa e sentirne il bisogno. Dal senso di mancanza nasce il desiderio ed è questo il momento in cui compiamo il salto che porta alla realizzazione di desideri che ad altri (e magari un tempo anche a noi) sembrano sogni impossibili da realizzare. E’ un salto di energia, un cambio di dimensione che ci porta verso l’ampliamento nostro e delle nostre possibilità.

Il filosofo Umberto Galimberti descrive così la felicità:

“La felicità è l’autorealizzazione di se medesimi, di se stessi, e questa è una definizione di Aristotele il quale ritiene che ogni uomo sia fornito di una vocazione, di una inclinazione, che lui chiama daimon, ciascuno ha il suo demone, il musicista, l’artista, il filosofo, l’uomo che lavora manualmente, e la felicità in greco si dice eudaimonia: “la buona realizzazione del tuo demone”. Questa è la definizione di felicità di Aristotele e io sto a questa definizione, l’autorealizzazione, uno se si autorealizza, se fa ciò per cui è chiamato o che è evocato, appunto, è felice.”

Maria Figoni